Facebook, l’algoritmo è così intelligente da essere stupido. Cosa gli manca? Un nulla, ma quel nulla è tutto.

di Nicola Zamperini

Una notifica lampeggia sullo smartphone: Giulia ha confermato di stare bene durante l’attacco presso Brussels. Dopo gli attentati in Belgio Facebook ha messo – ancora una volta – in funzione il suo security check.

Stiamo bene, non vi preoccupate, non c’è bisogno di agitazione e ansia, di telefonate.

Il nostro amato social network gestisce tutto: anche coscienze e stati d’animo, in una situazione come quella dello scorso martedì.

E conseguentemente la nostra umana reazione è stata percepire Facebook – ancora una volta – come un oggetto amato, un luogo sicuro, un talismano che protegge. Che vive al nostro fianco. Che, se necessario, si accende a comando e manda un messaggio collettivo nella bottiglia: “il naufrago sta bene. A presto”.

Nell’era dell’incertezza, del terrorismo, degli attacchi alla metro e agli aeroporti, abbiamo nuovamente capito che noi tutti abbiamo bisogno di Facebook. Il security check è un sistema semplice ed efficace. Ed è rapidamente entrato a far parte delle nostre vite, delle nostre abitudini.

Un meccanismo così semplice è stato utilizzato in pochissimo tempo da milioni di persone (Parigi+Bruxelles) è entrato nel linguaggio, nelle cose da fare o da aspettare subito dopo una tragedia.

Giulia l’hai sentita? E’ arrivato il coso di Facebook? E un minuto dopo arrivava il coso di Facebook.

L’intelligenza dell’uomo messa al servizio dell’oscura intelligenza del segreto algoritmo ha prodotto un’applicazione che, in pochi mesi, è diventata di uso comune.

 

Eppure in questa stessa circostanza lo stesso algoritmo ha dimostrato tutta la sua pochezza.

Martedì 22 bastava scorrere a metà giornata la propria timeline di Facebook per assistere a uno spettacolo confuso. I post con più like e più commenti che vedevamo in apertura, in alto, spesso erano anche i più vecchi. Quelli più recenti, con meno like e condivisioni, erano indietro, mischiati a fotografie e articoli anche del giorno prima.

Se avessi voluto informarmi, nel corso della giornata, su quello che stava succedendo a Bruxelles utilizzando esclusivamente Facebook  avrei ottenuto un pessimo risultato.

Le notizie imprecise prima di quelle precise.

Le notizie non confermate prima di quelle confermate.

Avrei letto prima le ipotesi poi le certezze.

Se avessi condiviso un post avrei rischiato di condividere una breaking news sballata rispetto a un riepilogo ben costruito.

Infatti, a un certo punto, sono andato sui siti delle testate nazionali e lì ho letto quello che accadeva.

L’algoritmo di Facebook non concepisce il concetto di gerarchia, di apertura, in senso giornalistico. La gerarchia è quella funzionale al modello di business aziendale, differente dalle esigenze informative di un cittadino europeo.

L’algoritmo concepisce la cronologia come una seconda scelta subordinata alle “reazioni”, alle interazioni. Ci viene mostrato prima un oggetto che ha ricevuto molti più commenti e like, di un oggetto postato per ultimo.

E’ un meccanismo che il social network, come tutti i dittatori del web, spinge perché gli è utile. Gli è utile a fare soldi.

E’ il potere delle “impostazioni predefinite” quello che Vaidhyanathan Siva definisce “regime apparentemente basato sulla scelta” (“La Grande G. Come Google domina il mondo e perché dovremmo preoccuparci”, Rizzoli). Chi davvero conosce e cambia le impostazioni predefinite di Facebook, di Google, di Twitter e via così…? Pochi, nessuno.

Quelle impostazioni basate sull’algoritmo, dimenticano la cronologia dei fatti e ci mostrano quella tavolozza confusa. Le impostazioni predefinite scordano volontariamente la cronologia a favore delle interazioni perché questo è funzionale al business di Facebook.

Le impostazioni predefinite, però, in un caso eccezionale tradiscono tutta la loro stupidità. Insipienti come sono, non capiscono che le cose nella vita degli uomini e delle comunità cambiano all’improvviso. L’essere umano ha bisogno immediatamente di sapere. Ha necessità di essere informato in fretta sia Giulia sta bene che sui fatti di Bruxelles nudi, crudi e in ordine temporale. Di capire, infine, con lentezza e a fine giornata, le ragioni di quanto è accaduto. Non di mischiare tutto.

Per fortuna l’algoritmo è stupido. Per fortuna che non hanno ancora pensato a fare un algoritmo che cambia sulla base di eventi che stravolgono la vita delle persone, per un determinato lasso temporale, su una determinata area geografica.

Non possono farlo perché significherebbe trasformare l’algoritmo in un essere umano.  Oppure, peggio, subordinare l’algoritmo al desiderio, al bisogno di informazioni e notizie degli esseri umani. E non al business di un’azienda che noi scambiamo per la protezione civile.

Nello stesso lasso di tempo, quello della tragedia di Bruxelles, abbiamo visto come un social network è diventato tanto utile da diventare un’abitudine a tanto inutile da dover essere scartato come fonte di informazioni.

Siamo andati sui siti a leggere cosa accadeva nel mentre. E l’indomani sui giornali per capirne di più.

Abbiamo letto ciò che l’uomo aveva messo in fila con la sua intelligenza, le sue emozioni, i suoi sentimenti. A Facebook manca ancora qualcosa, come diceva Balzac: Che cosa? Un nulla, ma quel nulla è tutto