Perché il native advertising non è il male

Il native advertising è sempre più una realtà concreta. E lo è specialmente negli Stati Uniti, dove veri e proprio colossi come il New York Times e Forbes hanno ormai sposato questa strategia pubblicitaria.

Per chi non lo sapesse, parliamo dell’inserimento di contenuti sponsorizzati all’interno del flusso di notizie di una testata. È semplice: dall’inserzione pubblicitaria (il banner su Internet) si passa a un vero e proprio articolo, ospitato sulle colonne di un media, a pagamento.

 

IL NATIVE ADVERTISING E LA CREDIBILITÀ DELLE TESTATE

Ecco, la diffusione di questa pratica non va giù a tutti. Negli Stati Uniti, la discussione è aperta. Il tema caldo riguarda l’indipendenza dei giornalisti, il rischio che la presenza di articoli sponsorizzati possa minare la credibilità delle testate.

Una preoccupazione confermata da un recente sondaggio di Civic Science, secondo cui il 61 per cento degli americani sarebbe preoccupato per l’indipendenza delle testate, alla luce della recente evoluzione in direzione del native advertising.

Pensieri legittimi, senza dubbio. Che, però, non sembrano andare in fondo alla questione. Il punto, in realtà, riguarda la natura stessa del native advertising, che altro non è che pubblicità, ampiamente segnalata anche quando, come in questo caso, non è una semplice immagine iconica con uno slogan ma un contenuto.

IL NATIVE ADVERTISING NON È IL MALE

E allora il rischio diventa minimo. Perché l’indipendenza delle testate dovrebbe essere minata da articoli sponsorizzati e non da semplici inserzioni pubblicitarie? La formula del pagamento è sempre la stessa.

A cambiare, ed è importante sottolinearlo, è il tipo di engagement che si produce. Una serie di studi condotti da Buzzfeed hanno dimostrato come, in realtà, ai lettori piaccia leggere le storie dei brand, purché queste siano interessanti e stimolanti. Un fattore che aumenta il valore delle inserzioni, facendo contente le testate (che guadagnano di più) e le aziende (che raggiungono un pubblico più vasto e generano una reazione).

 

TUTTI GLI ARTICOLI SARANNO SPONSORIZZATI?

“In futuro, tutti gli articoli saranno sponsorizzati, eliminando il concetto di indipendenza giornalistica”, tuonano alcuni reporter americani. È uno scenario possibile? Forse. Ma non per colpa del native advertising che, al contrario, potrebbe finanziare (ed è questo il punto) tutte le inchieste, le infografiche e i tentativi di spiegare la realtà in maniera oggettiva che, ne siamo sicuri, troveranno ancora posto sulle testate. Contenuti sponsorizzati o meno.

 

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