Le conseguenze della crescita dell’Ad-Blocking

“Io voglio vedere i contenuti, che mi frega della pubblicità?”. Provate a chiedere a un utente qualsiasi di un servizio di ad-blocking qualunque perché lo usa. Probabile che vi risponda così. E che non si renda conto delle conseguenze della sua scelta.

Il punto è che le persone che utilizzano servizi come il celebre Ad-Block sono sempre di più. Parliamo di 198 milioni di utenti attivi in tutto il mondo, con una crescita globale nell’ultimo anno del 41%. Quali sono le implicazioni? Per dirne una, la previsione di una perdita di 22 miliardi di dollari per l’industria dell’advertising on-line. L’era dei banner, da sempre percepiti come un fastidioso ostacoli nella fruizione dei contenuti online, potrebbe presto finire.

Ecco, ma torniamo all’assunto iniziale. L’utente vuole contenuti, vuole qualcosa da leggere, con cui perdere i 30 secondi al semaforo o i 5 minuti di attesa di un amico davanti a un locale. E non vuole essere disturbato dalla pubblicità, almeno non nelle forme in cui siamo abituati a vederla online.

Serve una buona pubblicità. Una pubblicità che non miri a disturbare l’utente, ma a coinvolgerlo, a fornirgli contenuti utili, che possa voler leggere e condividere.

Non necessariamente una strategia di brand journalism, con un magazine che racconti l’universo intorno all’azienda, ma anche, semplicemente, dei contenuti, diffusi attraverso blog, social network o, ancora, native advertising.

Ciò che è certo è che la pubblicità non morirà. Morirà, forse, un modo di fare pubblicità. E potrebbe non essere un male.

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