La politica al tempo dei gattini: Facebook come RaiUno

Qual è il verso giusto con cui prendere gattini e professori? Sembrerebbe gli uni per la collottola, gli altri alla lavagna. Per maggiori informazioni chiedete ai due Mattei, Salvini e Renzi. Le bacheche Facebook dei due politici, che più stanno innovando la comunicazione politica nel nostro paese, la scorsa settimana sono diventate ‘terreno di conquista’. Hanno entrambi subìto contestazioni pacifiche, energiche e trollesche. Non ci sono stati attacchi informatici. Semplici contestazioni, appunto, su cui vale la pena riflettere come pretesto per un ragionamento più ampio.

Partiamo dalla cronaca. Lo scorso 7 maggio, una pagina Facebook, chiamata Progetto Kitten, ha organizzato una sorta di contestazione virtuale sulla bacheca del leader della Lega Nord, Matteo Salvini. Gli utenti sono stati invitati a postare nei commenti la foto di un gattino. Ufficialmente, “per addolcire una conversazione dai toni troppo accesi”, hanno detto gli organizzatori del flash mob.

Stessa sorte è toccata al premier Matteo Renzi che ha visto inondata la propria bacheca Facebook dallo stesso commento ripetuto migliaia di volte:“Noi non voteremo più il Pd perché indignati dal Ddl La Buona scuola”. Firmato: professori e studenti.

Entrambe le forme di contestazione potrebbero essere derubricate come varianti sul tema guerrilla digital o come troll di massa.

Quale che sia la definizione corretta, i profili dei politici erano inutilizzabili per comunicare alcunché di politico. Chiunque passava da quelle parti o sghignazzava o rispondeva o guardava interminabili commenti con foto annesse, nel caso di Salvini.

Svanite le manifestazioni, i convegni, le inaugurazioni.

Basta così poco per mettere in scacco un profilo Facebook di un politico? E tutte le belle chiacchiere sulla conversazione, sull’engagement, sul rapporto con gli utenti? Chiacchiere.

Impossibile fare community management, impossibile rispondere a tutti, dialogare, specialmente nel caso dei “gattini su Salvini”.

Quando le cose prendono una piega simile, meglio armarsi di scopa e ripulire i profili. Si sbianca la bacheca e via, come se non fosse mai successo. Sperando che non risucceda. Oppure, nel caso di Matteo Renzi, si pubblica un lungo video su Youtube in cui si spiegano le proprie ragioni.

E le relazioni sociali allora? Svanite. Per la politica, almeno quella italiana, Facebook è una vetrina. Un luogo di misurazione del consenso, di egotizzazione del messaggio, di narcisismo esagerato. Trattato alla stregua di un canale mainstream. Da uno a tanti. Aggiungiamo che i due politici in questione, venuto meno Berlusconi, sono quelli che polarizzano di più e che più accendono la contestazione radicale. Basta scorrere i loro profili per rendersene conto. In fondo nella pletora di gattini o di messaggi anti-ddl scuola la solfa è la stessa: manifestiamo dissenso. Uno è un dissenso più tradizionale, restituisco la tessera, la brucio in piazza, l’altro un po’ situazionista, ma l’obiettivo è lo stesso: affogare i due mattei in una marea di critiche.

C’erano alternative? Cosa sarebbe accaduto se avessero costituito community vere? Se avessero popolato le rispettive pagine con militanti in carne e ossa, portatori di idee e non sono solo mucche da like? Difficile da prevedere. Probabilmente l’atmosfera si sarebbe ancor di più incendiata. A ogni gattino un contro-gattino. A ogni post contro la riforma un Meme a favore della buonascuola. A essere onesti pure il profilo Facebook di Barack Obama è sommerso da commenti di trollatori complottisti.

D’altronde la politica utilizza Facebook come Raiuno, come il luogo più popolato in cui dire alcune cose, fregandosene della conversazione. E nei luoghi molto popolati, si sa, il rischio uova è elevato. Tra l’altro non esistono ombrelli per pararsi da queste uova che anzi lasciano belle macchie. Ogni post dei politici è, infatti, glossato da commentatori osannanti, critici, odiatori di professione, maniaci ossessivi (quelli che di qualunque cosa si parli dicono altro), precisatori compulsivi e via così. Commenti che generano un effetto straniante nella time line. Non solo anti estetico ma proprio controproducente. Le persone si distraggono: leggono i commenti invece del post originale del politico, guardano le foto e non quello che scrive il presidente del Consiglio, ridono o si stupiscono degli odiatori e hanno già dimenticato il messaggio del leader della Lega Nord.

Gianni Morandi, eletto da più parti social media manager dell’anno, dopo aver scritto di immigrazione, e avendo ricevuto critiche razziste, si è messo a discutere con i propri follower post per post, commento per commento. Senza essere schizzinoso.

Per il presidente del Consiglio dei ministri e la sua ottima struttura di comunicazione, Nomfup Filippo Sensi in primis, un comportamento simile potrebbe essere una soluzione. Ma una soluzione che richiede tempo e risorse. Non basterebbero più un paio di post programmati da un social media manager junior e due gallery fotografiche. Forse a Palazzo Chigi potrebbero immaginare una molto più soluzione radicale. Una soluzione discutibile ma che, pensandoci bene, alla fine non porterebbe nulla di più e nulla di meno al profilo istituzionale del premier: chiudere i commenti. Renzi ballerebbe un po’. Per alcuni giorni verrebbe tacciato di scarsa sensibilità democratica, di mettere il bavaglio ai commenti ma poi la marea sciamerebbe via, verso nuovi lidi sociali cui destinare le energie trollatrici di una nazione intera. Su twitter, giusto per citarne un altro social a caso; lì dove le risposte e i commenti a un tweet non si aprono da soli come su Facebook. E dove, per magia, l’effetto straniante non c’è.

@nicolazamperini

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