Il giornale senza prima pagina: cosa ci insegna il caso Freeda

di Nicola Zamperini

Esiste un giornale online, Freeda, che non ha una prima pagina. Che non ha – letteralmente – una home page, che non propone quindi una gerarchia delle notizie in senso classico. E forse chiamarlo giornale, a questo punto, potrebbe essere fuorviante.
Ogni articolo è una molecola e come tale viene condivisa sui profili Facebook e Instagram. Al netto delle dichiarazioni di intenti, sacrosante per carità, della fondatrice che dice di andare dove le persone stanno, l’esistenza stessa di Freeda è una piccola rivoluzione. Rivoluzione di successo: 930mila like su Facebook e 176mila follower su Instagram.

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Si tratta di un magazine che parla – solo in apparenza – a un pubblico femminile, racconta la vita di tutti i giorni con articoli ben scritti, nemmeno troppo corti, corredati da foto e illustrazioni, abbastanza glamour per lo spazio digitale, dimostrando – più in generale – una cura particolare alla comunicazione visuale. In aggiunta agli articoli, Freeda propone giochi di parole, GIF animate, Meme, storie di Instagram molto efficaci e fotografie spiritose che animano la vita di qualunque pagina che abbia un minimo di ambizione editoriale. Insomma un prodotto confezionato molto bene che combatte la guerra dell’attenzione per vincerla. Pure il nome è interessante, e strizza l’occhio alle donne, con assonanze tra Frida Kahlo e la parola free. Insomma volendo sintetizzare agli eccessi: “un femminile 2.0” che scommette su libertà, arte e costume.
Il vero tratto distintivo è che agli articoli si accede – solo e soltanto – attraverso condivisioni su Facebook e Instagram, non dall’home page che non c’è. Se andate sul link che dovrebbe preludere a una home page venite rispediti al mittente, ovvero ai profili sociali.

La prima considerazione – acquisita da un po’ – è che esistono contenuti che nascono e muoiono sui social network, che esauriscono il proprio ciclo di vita lì dentro. Freeda certifica la morte della conversione intesa come click sul link. Le persone rimangono dentro ai social network, assecondando i desideri di Mark Zuckerberg che scoraggia la fuga e pensa alla sua creatura come a un universo chiuso.
Questo modo di procedere sradica alla radice un altro costrutto – fin qui essenziale – nella costruzione dei siti internet: tag, contenuti correlati, categorie e sottocategorie dentro Freeda non esistono più. Tutto svanito. La struttura stessa che sta dietro a un sito diventa liquida. L’alberatura dei contenuti non c’è più, o almeno non appare se non al motore di ricerca.
Ogni articolo del magazine è un solo, unico, instant article su smartphone e un articolo aperto in un’altra finestra da desktop. Ci sono pochissimi link interni ed esterni. Il consumo è perciò il consumo di una molecola. Non si procede oltre. Con la convinzione che, da smartphone, l’utente una volta letto il singolo pezzo torni agevolmente alla proprio feed di Facebook.

Freeda meets: LevanteUn po’ siciliana e un po’ torinese, Levante ci ha preparato una torta di mele e ci ha raccontato che, in realtà, la vita non è affatto di me… perché ti dà sempre una possibilità di riscatto.

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Pubblicato da Freeda su Mercoledì 13 settembre 2017

Una simile impostazione è consolidata, già tempo, in tutte quelle pagine con i social network inscritti nel DNA, sul modello di AJ+ e ovviamente BuzzFeed. Comportamento che trae origine proprio dalla buzzfeedizzazione (perdonate l’orrore) dell’editoria online. Ogni articolo è concepito, pensato, ideato per essere distribuito e condiviso sui social. Qui dentro abbiamo da tempo decretato – provocatoriamente – la morte della notizia in favore del contenuto, ecco Freeda ha il merito di rendere palese anche questo elemento.

Ma c’è un ulteriore paradigma certificato dall’esistenza stessa di Freeda: la morte della home page, come elemento di partenza nella navigazione di qualunque sito.
Non c’è bisogno di avere un luogo di ingresso, uno spazio dove fare gli onori di casa, orientarsi e partire. Non c’è bisogno di un luogo che pensi alla rappresentazione dell’esistente secondo categorie.
Da un pezzo si afferma che le vere home page dei siti internet, giornali compresi, siano Google e Facebook, stavolta qualcuno ha preso sul serio quello che era un dato empirico. E l’home page l’ha fatta scomparire sul serio. Ha reso plastica una considerazione che prendeva le mosse dagli analytics: la home spesso è la pagina più visitata in termini relativi, ma non esprime la maggioranza dei visitatori e lettori.
Fatta salva Repubblica.it e pochi altri, forse, le persone cercano ciò che gli interessa e atterrano su un articolo, oppure trovano ciò che gli interessa su un social network e atterrano – o meno – su un articolo. Oppure rimangono all’interno dell’universo chiuso del social network. Lì dentro soddisfano i propri bisogni informativi e relazionali. Stop.

La scomparsa della prima pagina è un tema che angustia esclusivamente i giornalisti e che, qualche anno fa ormai, era in premessa ai ragionamenti di Eli Pariser sulla personalizzazione. Nel fondamentale Il filtro, Pariser cita Clay Shirky: «La questione è: come si può tenere il cittadino medio quasi completamente all’oscuro delle notizie del giorno e improvvisamente spaventarlo quando c’è una crisi?» Detto in altri termini le persone possono affogare di Meme sui capelli, i vestiti e le fisime di Trump e Kim Jong Un senza sapere o capire nulla di quello che accade sul serio.
In poche parole un tempo acquistavamo un giornale e il corredo ideale del giornale stesso, rappresentato dalla prima pagina. Adesso che la prima pagina non esiste più, ci limitiamo a leggere singole molecole informative senza capire nulla del contesto in cui sono calate. Addirittura se questo accade su Facebook ciò che prima era un effetto indiretto adesso è un effetto voluto. Non ha senso creare una cornice ideale entro cui inserire un articolo. Conta quell’articolo, conta il titolo, contano le reazioni espresse su Facebook, contento i commenti.

Ecco perché il dibattito sulle fake news non è solo stucchevole, ma inutile.
Un articolo di Bernardo Valli per Facebook – e pure per Google – equivale a un articolo di un sito che storpia il nome di Repubblica o il Corriere. Si tratta di due contenuti che partono (quasi) alla pari. Contenuti in forma scritta di lunghezza variabile, bene o male pozioni per alcune chiavi di ricerca, da siti che hanno un certo volume di traffico, senza video, con o senza fotografie. Soprattutto contenuti che possono arrivare all’utente in un contesto collassato, inesistente. Con enormi difficoltà nel rintracciare il Dna di autorevolezza (e anche qui andrebbe sottolineata l’inutilità dei manuali d’uso per i lettori che dovrebbero trasformarsi in Sherlock Holmes degli articoli che leggono e decretarne loro la veridicità o falsità).

Sebbene tutto ciò sia atroce e ribadisca, laddove necessario la fine di una certa influenza della stampa sull’opinione pubblica, in realtà propone una delle poche soluzioni gratuite alla sopravvivenza della stampa. Freeda esprime un modello di business. Che può essere definito di volta in volta: content marketing, brand journalism, branded content, o come meglio preferite.
Un modello che prevede l’esistenza di giornali-non-giornali nello spazio digitale più popolato al mondo (2 miliardi di utenti di Facebook ad esempio), che rispondono alle domande degli utenti (Google), che parlano a una popolazione ben definita (Internet come “massa di nicchie”; Freeda si rivolge alle ragazze in teoria), e infine che costruisce a partire da questa popolazione ben definita una comunità che discute, condivide e reagisce agli stimoli delle singole molecole informative. I social network consentono la costruzione di un comunità molto più rapidamente di un giornale cartaceo che nasce e prospera, anche grazie alle funzioni di Business manager, grazie alle quali selezionare pubblici omogenei per anagrafe, geografia e interessi.

Dal punto di vista degli investimenti, il modello Freeda cancella alla radice la spesa in pubblicità su Google. Uno dei due dittatori della rete rimane a bocca asciutta. Tutto il budget pubblicitario va nelle tasche di Zuckerberg. Il che significa razionalizzare il valore degli investimenti in advertising.
Allo stesso modo però va sottolineato che, come abbiamo già ribadito più volte su queste pagine, la spesa in pubblicità deve essere continua. Senza pubblicità il numero di persone che accedono ai contenuti di una pagina è ormai prossimo allo zero. L’advertising su Facebook è per le pagine come la benzina per le automobili, anche modelli splendidi senza carburante non si muovono.

Su questo impianto risulta evidente che una proposta di contenuti, da parte di brand interessati a dialogare con una nicchia ben costruita, potrebbe avere molto più senso che rivolgersi a un pubblico generalista e sicuramente disinteressato alle proposte del brand stesso.
E allora i giornali-non-giornali avranno qualche possibilità di prosperare nell’universo digitale o almeno di immaginare un futuro economicamente sostenibile. Dopotutto anche Buzzfeed, che a molti sembra la caricatura di un giornale, ha prodotto inchieste importanti, non ultima quella sulla produzione di fake news da parte di un movimento politico. (E ricordiamo che BuzzFeed è una creatura da più di 200 milioni di utenti unici al mese).

Su due rette parallele potrebbero insomma convivere le notizie e le inchieste che vivono una vita propria e autonoma, senza essere calate dentro una prima pagina densa di significato, e i contenuti dei brand. A svolgere il compito delle traversine restano tutti quei contenuti social e “SEO oriented”, costruiti e pensati per i motori di ricerca che alimentano le comunità e le fanno discutere. Una ferrovia senza questi 3 elementi è difficile che sopravviva, se si vuole fare del giornalismo.

Una monorotaia invece che viva di contenuti di intrattenimento e di brand per la comunità, senza notizie, è un fatto. E molte aziende già oggi la utilizzano. Adesso ci sarà da capire se questo modello funzionerà o se rimarrà caso isolato.

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