Eni-Report, 7 riflessioni a mente fredda

di Francesco Marino e Nicola Zamperini

La risposta di Eni in diretta su Twitter all’inchiesta andata in onda su Report ha rappresentato un evento storico per la comunicazione digitale in Italia. Mai si era visto nel nostro Paese una risposta così tempestiva, diretta e circostanziata da parte di un’azienda a una servizio giornalistico che la riguardava.

Questo può essere un assunto da cui partire per analizzare il fatto a mente fredda, dopo le prime considerazioni immediatamente successive alla messa in onda della trasmissione. Ecco, di seguito, cinque spunti di riflessione.

PERCHÉ ENI HA VINTO

Eni ha vinto. Poco da dire, basta guardare le testate online del giorno dopo e quanto si sia parlato della risposta, senza dare nessuna attenzione all’inchiesta. Certo, il milione e 700mila persone che hanno visto Report non è paragonabile alle poche migliaia di persone che hanno interagito con l’hashtag #report.

Ma in quanti hanno visto le homepage di Repubblica, Corriere della Sera e La Stampa, che ieri riportavano tutte la notizia? E in quanti ne hanno letto semplicemente scorrendo il feed di Facebook il giorno dopo?

UNA SCELTA DI CAMPO

Qualcuno ha detto ‘Né con Eni, né con Report’. Noi, giudizi di merito non ne vogliamo esprimere. Ma possiamo dire che quella dell’azienda è stata una scelta di campo. A quanto si sa, Eni aveva rifiutato di intervenire nell’inchiesta chiedendo di partecipare in diretta, ma la redazione ha rifiutato. E il colosso italiano lo spazio se l’è preso da solo, facendo molto più rumore di quanto non avrebbe fatto seguendo metodi ‘tradizionali’.

DISINTERMEDIARE IS THE WAY

Il punto, ce lo siamo detti tante volte, è proprio questo. Le aziende possono prendersi il proprio spazio da sole, senza la mediazione giornalistica, senza la paura che le proprie parole possano essere manipolate in fase di costruzione del pezzo. Eni non ha fatto altro che disintermediare (mai questa parola fu più appropriata), desacralizzando il ruolo di Report, della trasmissione di inchiesta per eccellenza, quella della potenziale candidata alla Presidenza della Repubblica. Le aziende, e i soggetti privati, non sono più subordinati alle scelte dei giornalisti. Hanno un pubblico, esattamente come i media.

REPETITA IUVANT

Quantità, oltre che qualità. Il lavoro di Eni su Twitter ha fatto rumore per la reiterazione dei contenuti, proposti a cadenza di circa 15-20 minuti l’uno dall’altro durante tutto il corso della trasmissione. Un vero e proprio attacco frontale.

LA MORTE DELL’UFFICIO STAMPA? NON PROPRIO

Disintermediare, ok. Ma il caso Eni-Report è la morte dell’ufficio stampa? Non proprio. Anzi, l’operazione del settore comunicazione dell’azienda è arrivata al pubblico soprattutto tramite gli articoli e le riflessioni del giorno dopo, prodotte proprio dai giornalisti. Si disintermedia la stampa, bellezza. Non i giornalisti.

INTERCETTARE UN SENTIMENT COMUNE

La bravura del settore comunicazione di Eni è stata anche quella di intercettare un sentiment negativo da parte di un buon numero di utenti e spettatori su Report. L’azienda non ha fatto altro che alimentare le accuse alla redazione di Milena Gabanelli di cherry picking approach, ovvero quella fallacia secondo cui si dimostra una tesi guardando solo ai dati che la confermano, dimenticando tutti gli altri. In altre parole, ha cavalcato un trend esistente.

IL RUOLO DEI CONTENUTI

Bene Eni, insomma. Qualcosa, però, è mancato. Ad esempio, a fronte di una comunicazione brillante su Twitter, una maggiore attenzione ai contenuti sul sito, che avrebbe permesso, il giorno dopo, di raccontare anche il punto di vista di Eni in maniera maggiormente dettagliata. Dossier poco curati, quasi illeggibili, complessi, non hanno aiutato la comprensione del problema e, infatti, del tema il giorno dopo si è letto poco. L’attenzione si è concentrata esclusivamente sulla questione comunicativa.

Un momento, e se l’obiettivo fosse stato proprio distogliere l’attenzione dal tema?

2 pensieri riguardo “Eni-Report, 7 riflessioni a mente fredda

  • 16 dicembre 2015 in 17:31
    Permalink

    Rispondere “invitateci in diretta” a una trasmissione di documentari d’inchiesta non si chiama vincere, si chiama fare la figura dei fessi. Immaginate se una grande azienda britannica avesse risposto “dovevate intervistarci in diretta” a BBC Panorama. Il responsabile della comunicazione sarebbe stato licenziato per idiozia. Qui invece passa per genio.

    Quanto al “cherry picking approach”, faccio notare che Report ha persino fatto lo sforzo di andare a cercare documenti audiovisivi d’archivio (in questo caso l’audizione dei rappresentati Enel alla Commissione Parlamentare, in cui peraltro Eni diceva le stesse cose che poi ha scritto su twitter e sul sito durante l’inchiesta) pur di poter mandare in onda la versione di un azienda che rifiutava di incontrare il giornalista per rispondere alle sue domande e fornire il suo contributo a un accertamento accurato dei fatti.

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