Digital News Initiative, Ovvero Come Fare Beneficenza al Giornalismo

La Stampa, Financial Times, Guardian, Die Zeit, FAZ, El Pais, Les Echos e il gruppo NRC Media. D’ora in avanti potremo chiamarli i “magnifici 8”. Sono le realtà editoriali che hanno contribuito alla nascita della Digital News Initiative (DNI), l’opera di beneficienza digitale messa a punto di Google. Un celebre proverbio recita: «se non puoi sconfiggerli, unisciti a loro». E pare che Big G abbia scelto proprio la via della non belligeranza. Perché conviene economicamente, mica per altro.

Eppure, il quotidiano diretto da Mario Calabresi, ha iniziato a raccontarsi una favola. Questa favola ci dice che Google è finalmente passata dalla parte degli editori. Ci racconta che a ogni lettore corrisponderà un’informazione a sua immagine e somiglianza. Questa favola ci promette che il giornalismo, stavolta, ce la farà.

La ricetta magica? 150 milioni di euro stanziati in tre anni da Mountain View. Per «organizzare corsi di formazione con l’European Journalism Centre», per «innovare il mondo delle notizie online», per «lavorare fianco a fianco con le redazioni e le organizzazioni giornalistiche».

La Stampa gongola, noi un po’ meno. Vi spieghiamo perché.

LA PROFEZIA DI NEGROPONTE

Il Daily Me, concetto teorizzato da Nicholas Negroponte (storico professore del MIT), rimanda all’idea della fruizione personalizzata delle notizie sul web. Il quotidiano personalizzato non è altro che il frutto del progresso tecnologico che, mediante appositi algoritmi, confeziona il mercato dell’informazione a misura di singolo utente.

Sebbene La Stampa e soci sembrino esultare dinnanzi a questo scenario, la verità è che il microtargeting applicato all’informazione creerà dei non-giornali. Il lettore finirà per fruire solo di quelle notizie che non possono suscitare in lui frustrazione, rabbia o un cambiamento del proprio punto di vista. A guadagnarci sarà Google, che avrà accesso ai Big Data di queste realtà editoriali e profilerà alla perfezione gli utenti, proponendo notizie e pubblicità a misura di singolo utente.

Nonostante il quotidiano di Torino gioisca al solo pensiero di veder lavorare insieme «giornalisti, esperti di marketing e ingegneri di Google», la realtà è che dare l’informazione in mano agli informatici porterà all’unica deriva possibile: un giornale fatto molto dagli algoritmi e poco dalle persone.

IL MECENATISMO NON È LA RISPOSTA

Checché se ne dica, questa è beneficenza. Il giornalismo digitale potrà esultare solo quando troverà un modello di business digitale realmente sostenibile. La soluzione del Dni non è una soluzione, semplicemente perché non è sostenibile sul lungo termine. Il fatto che Google investa 150 milioni di euro non significa che, una volta scaduti i tre anni, queste otto realtà editoriali saranno in grado di pedalare senza l’aiuto delle rotelle. Cosa faranno allora? Chiederanno altri soldi a papà Google? E Mountain View cosa pretenderà in cambio?

Questi 150 milioni di euro sono il lasciapassare che Google si è assicurata sui Big Data dei giornali interessati. E dato che non fa mai nulla per nulla, è evidente che Big G abbia in progetto di guadagnare cifre ben superiori a quelle investite.

La Stampa profetizza che «bisognerà anche ripensare il modo in cui gli articoli vengono scritti» perché «su uno smartwatch, ad esempio, è impossibile immaginare lunghe letture». Nel farlo, il quotidiano italico si dimentica di aggiungere che questo frammenterà ulteriormente un’informazione già atomizzata. E farà semplicemente arricchire chi, gli smartwatch, li vende. Come sempre, l’informazione sta facendo il gioco delle tech company della Silicon Valley. Con l’aggravante che stavolta pensa di essere dalla loro parte.

Per stare al gioco del Google di turno, ci si dimentica di educare al digitale i lettori del domani. Nessuno pare obiettare che un’inchiesta non potrà mai essere apprezzata a pieno sugli schermi di un orologio. Nessuno pare ricordare che l’informazione su misura non ha alcuna accezione positiva, perché il giornalismo nasce storicamente per mordere (i potenti) e scardinare (le certezze), non per appagare i lettori mediante degli algoritmi. Nessuno pare ammettere che il massimo grado di efficienza della società dell’informazione sia diventato, inesorabilmente, la visualizzazione di pagina e non l’argomento più valido.

Solo perché viene definito progresso non vuol dire che il giornalismo stia veramente migliorando. L’informazione à La Stampa sta solo andando avanti. Ma – come un ubriaco che brancola nel buio – è ancora da vedere se il giornalismo si salverà. O se, per inseguire la luce di Google, finirà per schiantarsi.

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