Dalla reattività alla predizione: le brand newsroom del futuro

Il termine “redazione” nasce e cresce, come noto, nell’universo del giornalismo. A un certo punto si inizia a parlare di brand newsroom e il concetto viene espropriato dal suo contesto naturale per essere inserito dai marketers nel frame aziendale. E come suggerisce Kirk Cheyfitz – esperto di media ed ex giornalista – la differenza tra le redazioni dei marchi e quelle dei giornali tradizionali sta tutta nei tempi con cui i giornalisti si approcciano agli eventi.

Un quotidiano è il prodotto mediale per antonomasia schiacciato sul presente: il gioco diventa arrivare prima degli altri sulla notizia, o scovare magari un particolare nascosto. Ma si tratta sempre di una reazione immediata a quanto avvenuto – o che sta ancora avvenendo. Quello che invece caratterizza i brand journalist è la capacità di predire l’evoluzione degli eventi per cercare di capire, magari, quali saranno i temi salienti nell’agenda delle persone tra una settimana, un mese, un anno. Anzi di organizzarsi per reagire all’imprevisto, una brand newsroom rende prevedibile il futuro giocando d’anticipo.

Miliardi di dati incrociati – dalle vendite e dai social – hanno spesso permesso ai marketers di tutto il mondo di scoprire i più profondi interessi delle rispettive audience. Prima ancora che lo scoprissero esse stesse. Se vi chiedessero se volete il prodotto X migliore di com’è adesso, quasi sicuramente rispondereste di sì. Ma se scendessero nel dettaglio e vi chiedessero come dovrebbe essere il prodotto X per migliorare, titubereste. Perché? Perché siete sicuri di volere qualcosa di meglio, ma probabilmente non sapete neanche voi come arrivare a quel miglioramento. Bene, i marketers lo sanno. E importare questo know-how nelle brand newsroom significa creare una sinergia vincente tra chi crea i contenuti e chi prevede i gusti delle persone.

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