Crisi dell’editoria: la diversificazione è l’unica medicina?

di Maria Scopece

L’ultimo decennio è stato un periodo rivoluzionario per il mondo del giornalismo. L’aumento esponenziale della fruizione di contenuti sul web e la nascita di testate esclusivamente online ha posto sfide imponenti ai quotidiani storici. La “crisi” dell’editoria altro non è stato che un periodo di trasformazione nel quale la carta è stata via via affiancata, e non sostituita, da supporti online.

Questi cambiamenti hanno investito il sistema informativo occidentale sconvolgendo il modo classico di intendere il lavoro di fare informazione. Al calo di vendite di copie cartacee, ma non di lettori che si sono in parte spostati sul web fruibile gratuitamente, si è affiancato un calo degli incassi pubblicitari. Le redazioni dei giornali hanno subito diete forzate che hanno restituito impianti organici molto più snelli e con professionalità diverse da quelle richieste solo un quindicennio prima. Il giornalista che vive la strada a caccia di notizie taccuino in mano è ormai soltanto un personaggio romantico da vecchio film in bianco e nero.

TUTTI I NUMERI DELLA CRISI DEI QUOTIDIANI

Secondo il “Report sull’industria italiana dei quotidiani 2016″ negli ultimi 4 anni la tiratura dei quotidiani è calata dalle 2.061.481.238 di copie del 2012 alle 1.528.998.918 del 2015, subendo un calo netto del 25,8%.  In aggiunta a questo si è registrato un calo quantitativo e qualitativo degli incassi derivanti dagli introiti pubblicitari. Secondo dati Fcp (Federazione italiana della concessioni di pubblicità) gli spazi pubblicitari (espressi in pagine) venduti sui quotidiani nel periodo gennaio-settembre del 2012 sono 375.351, dopo soli quattro anni questo valore è calato del 19,7% arrivando a 301.440 unità.

A questa flessione quantitativa va aggiunto quanto evidenziato dal “Report sull’industria italiana dei quotidiani” messo a punto dall’ASIG, Associazione Stampatori Italiana Giornali, “Se teniamo conto dell’inflazione, possiamo stimare che oggi una pagina di pubblicità venga venduta ad un prezzo che è circa un quarto di quanto veniva venduta quella stessa pagina nell’anno 2000“.

Questi due dati combinati restituisco un quadro a tinte fosche per gli incassi pubblicitari dei quotidiani. Sempre secondo dati ASIG il fatturato netto pubblicitario che passa dai 751,406 milioni del 2012 ai 455,609 milioni di euro del 2016, ovvero -39,4%. Ogni singolo spazio, dunque, se nel 2012 era venduto ad una media di 2.002 euro nel 2016 è stato venduto a 1.511 euro. Una vera e propria mazzata per i conti dei quotidiani.

COME HANNO RISPOSTO I GIORNALI ITALIANI?

Male. Soprattutto i giornali di partito che hanno visto tagliare i finanziamenti pubblici all’editoria. “Liberazione” e “La Padania” sono spariti dalle edicole, “Il Secolo d’Italia” è rimasto in vita solo online, “L’Unità” è il Caronte dell’editoria italiana con il suo andirivieni tra il regno dei vivi e quello dei morti.

Tra i quotidiani non colorati politicamente gli  unici due che hanno scelto la strada della diversificazione sono il “Corriere della Sera” e, con più convinzione, il “Sole 24 ore“. Il  primo ha inserito diverse pagine che gli hanno permesso di diversificare la sua offerta di contenuti come “Trova casa“, “Trova lavoro“, “Dizionario del Corriere”, “Trovo aste“, “Trovo bandi“, “Lotterie” e addirittura un’intera sezione dedicata ai buoni sconto. L’unica app sviluppata dal quotidiano è “Trova la zampa“, interamente dedicata al mondo degli animali da compagnia. Il “Sole 24 ore” è quello che ha diversificato maggiormente, mettendo a punto “App Nova“, un vero e proprio magazine sulla tecnologia, app di convegni organizzati dal “Sole 24 ore“, app  per il mensile “IL” e “24 ore eventi“.

Il quotidiano “La Repubblica” ha affinato la vecchia strategia dell’associare al quotidiano una guide enogastronomiche. Rivisitata all’epoca dei social media questa strada ha condotto all’apertura di una pagina Facebook dedicata esclusivamente alle guide che diventano, così, un prodotto editoriale scisso dal giornale del quale conservano solo un richiamo nel nome.  Nulla di rivoluzionario ma sicuramente più di quanto fatto “La Stampa” che non è riuscite ad andare oltre la classica pagina degli annunci di compravendite.

La versione italiana dell’“Huffington post” ha scelto la strada dei contenuti sponsorizzati mentre quella statunitense ha diversificato offrendo sezioni che parlano esclusivamente di cucina, viaggi o benessere. Il “Fatto quotidiano” è l’unico, tra i big, a non ricorrere a nessuna di queste pratiche.

New York Times

BUONE PRATICHE. LA RISPOSTA DEL NYT: LA DIVERSIFICAZIONE

Il calo di fatturato ha travolto anche i colossi del giornalismo mondiale come il New York Times. La crisi finanziaria che ha sconvolto gli Usa ha tagliato di netto i ricavati della pubblicità, tanto che in molti iniziarono a speculare su quando il NYT sarebbe andato in bancarotta.

Il quotidiano fondato nel 1851, però, ha resistito grazie ad un prestito da 250 milioni di dollari erogato dal miliardario messicano Carlos Slim in cambio del 17% del giornale e alla vendita del suo palazzo nel centro di Manhattan costruito dall’archistar Renzo Piano. Il processo che ha portato ad una soluzione, però, non è arrivata dalla vendita dei gioielli di famiglia ma dal cambio di cultura aziendale. Arthur Ochs Sulzberger, Presidente del CdA del NYT, ha trasformato con il suo Innovation Report l’approccio del quotidiano più blasonato degli Usa al modo di fare giornalismo. Maggiore enfasi ai contenuti visuali, diversificazione nei formati dei contenuti proposti e un forte investimento in iniziative digitali  sono state le chiavi del successo di Sulzberger.

Le resistenze al cambiamento della New’s Room sono state superate mettendo nero su bianco che l’alternativa era solo una, il fallimento. Il NYT ha percorso la strada di “creare valore” raggruppando servizi differenti come app che spaziano dalla cucina ai viaggi, dalla compravendita di immobili al wellness fino alla realtà aumentata. In questo modo il lettore che acquista un abbonamento al NYT può fruire di tutta una serie di servizi che esulano dalla semplice lettura delle notizie.

Dal lato editoriale questa differenziazione dell’offerta ha fornito moneta sonante per finanziare i servizi dei 1300 giornalisti impiegati dalla testata. Inoltre le applicazioni come i live streaming e la realtà aumentata sono entrati all’interno del lavoro giornalistico andando ad arricchire il core business dell’azienda. “Oggi abbiamo il più grande modello di giornalismo pagato dagli utenti” – dice Meredith Kopit Levien, Capo dell’ufficio vendite del NYT. In termini di fruizione questo di traduce in 28 milioni di utenti unici al mese per il sito e quasi 2mln di copie, cartacee e digitali, vendute ogni giorno.

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