#10yearschallenge, cosa c’è dietro la sfida social di inizio 2019

Ogni anno ha il suo tormentone, anche sui social. Il 2019 si è aperto con una sfida che ha conquistato milioni di utenti su Facebook e Instagram: mostrare come si cambia a dieci anni di distanza. L’hashtag #10yearschallenge è diventato virale in breve tempo, tra curiosità e polemiche.

Nelle bacheche dei nostri profili sui social network, di recente ci sarà capitato di imbatterci in foto di amici e personaggi famosi che hanno postato un’immagine di 10 anni fa affiancata a una attuale.

Il fenomeno #10yearschallenge ha coinvolto anche i brand, spostandosi oltre il ricordo condiviso di immagini personali e finendo per suscitare (consapevolmente o meno) riflessioni più ampie su cambiamenti sociali, ambientali o politici di oggi e del recente passato. Insomma, una varietà di foto e messaggi che hanno raccolto un evidente risultato: un numero sempre crescente di like, condivisioni ed engagement.

I BRAND E LA 10 YEARS CHALLENGE

La fashion blogger e influencer Chiara Ferragni è stata tra le prime a raccogliere la sfida social del momento, raccontando com’era nel 2009, con un misto di nostalgia e orgoglio, e un senso di rivincita nei confronti di chi, 10 anni fa, non credeva al suo successo.


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#10yearchallenge This was me in 2009, the year that changed my life forever. I was 21, studying international law at Bocconi university, living in a 40 square metre studio apartment in Moscova and working part time as a model. I was investing all my money in designer bags and travels and dreaming to find my way into the world and becoming someone inspiring. I had a thing for Balenciaga bags and eyeliner. I was already posting my life on the Internet, especially on Flickr, and was already facing trolls and haters trying to put me down. Then, in October 2009, I decided to buy my first real camera (see picture n.9), start my own blog, @theblondesalad and, step by step my whole life changed. To the young 21 year old Chiara of 2009 I would wanna say this: It’s ok to not having it all figured out and understand your life little by little, It’s ok to not feel good 100% of the times and It’s very wise to enjoy the dark moments too because they’re part of the process. Enjoy the journey to whatever you’re doing younger Chiara, and always keep in mind that If you follow your heart, you’ll never make mistakes. And to all the people that will tell you “Nobody’s gonna remember your name in 6 months” in these years.. Oh well, in 2019 you’ll be able to smile back at them and tell them they were fucking wrong ✌🏻

Un post condiviso da Chiara Ferragni (@chiaraferragni) in data: T

“L’unica #10yearschallenge di cui dovremmo preoccuparci”. Ecco il post del calciatore dell’Arsenal, Mesut Özil, una riflessione sui cambiamenti climatici che ha raccolto quasi 150mila like.

 

Per un brand come Taffo, la Ten Years Challenge è un’occasione per parlare del proprio business, con una punta di ironia: “Una volta che sei dentro, non si nota la differenza”.

La sfida contraddistinta dall’hashtag #10yearschallenge è stata anche l’occasione per produrre una serie di meme divertenti e bizzarri. Il magazine Bored Panda ne ha raccolto una carrellata con scene di vita quotidiana che hanno prodotto grandi cambiamenti o altre in cui il tempo sembra, in modo quasi paradossale, essersi fermato.

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Come ha reagito Facebook alla #10yearschallenge mania? “Non abbiamo iniziato noi questo trend”, hanno precisato dalla compagnia di Mark Zuckerberg, aggiungendo: “Si tratta di un meme creato dagli utenti e che è diventato virale in modo spontaneo”. Ma sarà davvero così?

10 YEARS CHALLENGE: UN GIOCO SENZA RISCHI?

Le foto del prima/dopo sono diventate un fenomeno curioso e virale, ma c’è chi ha sollevato dubbi su quello che a prima vista può sembrare soltanto un passatempo divertente.

A manifestare le perplessità su presunti secondi fini della Ten Years Challenge è stata la giornalista di Wired, Kate O’Neill con un tweet che ha catturato l’attenzione di migliaia di utenti. O’Neill ha affermato che un tempo avrebbe probabilmente postato su Facebook e Instagram una sua foto attuale e una di 10 anni fa, mentre oggi viene da domandarsi come verranno utilizzati tutti questi dati e se serviranno ad addestrare un algoritmo di “face recognition” su come cambiano le persone con il progredire dell’età. C’è quindi da chiedersi se effettivamente postare foto proprie sui social possa addestrare i sistemi di “machine learning” e aiutare così l’intelligenza artificiale – mediante un algoritmo di riconoscimento immagini – a identificare le persone sulla base di immagini che mostrano l’evoluzione dei soggetti nel tempo.

 

La questione è divisiva, dai possibili rischi per la privacy della Ten Years Challenge alla constatazione che ogni giorno cediamo dati attraverso la condivisione di informazioni personali non solo sui social ma sul Web in generale.

Facebook, tuttavia, non è nuovo a polemiche sulla privacy. Chi non ricorda il caso di Cambridge Analytica che ha tenuto banco per gran parte del 2018? L’app, ospitata sulla piattaforma, ha utilizzato le risposte a un gioco sulla personalità per costruire un accurato sistema di propaganda elettorale a partire dai dati psicometrici degli utenti. Quando è emerso che il social network ha condiviso tutte queste informazioni con Cambridge Analytica, violando i termini d’uso di Facebook, la notizia è rimbalzata sui media di tutto il mondo. Facebook sarebbe stato a conoscenza della violazione da almeno due anni e questo aspetto ha creato non pochi grattacapi a Zuckerberg, che nell’aprile del 2018 è dovuto comparire davanti al Congresso Usa, ammettendo le proprie responsabilità.

Eppure, dopo mesi nell’occhio del ciclone, il più grande scandalo che ha travolto Facebook nei suoi 15 anni di storia pare essersi ridimensionato. Ogni utente sa che una volta inserite le proprie immagini e informazioni sui social network, le piattaforme posseggono una grande quantità di dati personali. In questo modo – ma non soltanto così – si fornisce materiale utile alla profilazione di pubblici specifici a fini commerciali, ad esempio, ma questo non è un mistero.

Come riporta la rivista Wired, da un recente sondaggio condotto dal Centro Studi americano Pew Research Center è emerso che il 74% dei soggetti non è a conoscenza del fatto che Facebook tenga traccia dei propri interessi. L’utente, però, accettando le condizioni del social network, approva l’utilizzo di algoritmi per tracciare le proprie abitudini e ricevere annunci pubblicitari o suggerimenti di collegamenti a specifiche pagine.

Fatte le dovute distinzioni tra i risultati di un sondaggio, limitato a poco meno di un migliaio di utenti statunitensi di almeno diciotto anni, e la realtà del social network più popolare, che oggi conta oltre 2 miliardi di utenti attivi al mese nel mondo, non è da sottovalutare che ci sia poca consapevolezza sull’uso delle informazioni personali su Facebook.

In questo scenario, è lecito domandarsi se una sfida social all’apparenza innocua possa rappresentare un rischio, senza dimenticare però che ogni giorno lasciamo le nostre tracce digitali sul Web, che si tratti di immagini o altri dati. Ecco perché una foto che mostra alla nostra community chi siamo e chi eravamo è forse più un atto di narcisismo, un momento di condivisione interpretato con leggerezza e un po’ di nostalgia, e non un altro modo di mettere a rischio la nostra vita privata.

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